I “classici” sportivi
L’atleta era considerato un artista e lodato come un eroe di guerra
Numerosissime testimonianze figurative documentano la passione per lo sport nel mondo antico e, per indagarle, la redazione ha deciso di aprire uno spazio, curato da chi scrive, che ponga l’accento sull’universo atletico nel mondo greco, etrusco e romano. Ogni mese avremo l’occasione di raccontare uno sport, le sue regole, i suoi protagonisti attraverso le notizie riportate dai poeti, raffinati antesignani dei moderni cronisti, e con il supporto di immagini ricavate dall’immenso corpus iconografico rappresentato soprattutto dalla ceramica e dalla scultura, che quegli sport hanno saputo immortalare grazie alla maestria di grandi e piccoli artigiani.
Chi pensa ai giochi non può non ricordare i fasti di Olimpia. Per duecentonovantadue volte, nel corso di undici secoli, il Santuario di Olimpia accolse tra i suoi confini la più famosa manifestazione sportiva che la storia abbia conosciuto e, come si può non rimpiangere la regola, mai infranta, di non sporcare le celebrazioni religiose con conflitti cruenti tra città e nazioni che si riconoscevano in un unico popolo.
Secondo una ben nota leggenda fu Ercole a fondare, in segno di ringraziamento a Zeus, i giochi sacri che furono sempre considerati la celebrazione dell’eccellenza individuale, della varietà culturale ed artistica dell’intera cultura greca e soprattutto furono sempre l’occasione per onorare la massima divinità religiosa. Racconta il poeta Pindaro: «Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi». In questo quadro, anche artigiani ed artisti esercitano il loro ingegno per rappresentare la sintesi dell’ideale armonia tra corpo e mente che si identifica nell’espressione greca di kalos kai agathos, bello e buono, che può appartenere solo all’uomo nobile e virtuoso che nell’immaginario greco è anche eroe, atleta e guerriero.
Celebrare lo sport concentrandosi sulla figura dell’atleta antico, significa riproporre un ideale da imitare totalmente: dalla forma fisica all’integrità morale. In un bel saggio, Eva Cantarella, famosa studiosa del mondo antico, pone l’accento sui fondamenti dell’educazione da impartire ad un giovane aristocratico: l’educazione dei giovani era ispirata all’insegnamento che, già nell’Iliade, il centauro Chitone aveva impartito ad Achille: «Essere sempre il primo ed il migliore». Solo chi riusciva ad essere tale meritava la gloria che spettava all’eroe. Lo stesso valeva per l’atleta: se vinceva, in suo onore si erigevano statue, si scrivevano odi; in caso contrario, dava prova della sua inadeguatezza, con conseguente perdita dell’autostima e della stima altrui. Per questo come dice un celebre verso del già citato poeta Pindaro, l’atleta sconfitto se ne tornava a casa «per obliqui sentieri nascosti».
L’organizzazione delle gare era minuziosa, le regole di comportamento precise, il premio riservato al solo primo arrivato, la vittoria per l’abbandono dell’avversario già prima della gara, motivo di orgoglio. Forza ed attività fisica contraddistinguono i protagonisti delle gare già nel mondo dell’epopea omerica dove tra nobili, il vigore e la perfezione del corpo sono anche l’occasione per dimostrare un’invincibile supremazia militare. E’ errato pensare che questo sistema di pensiero appartenesse solo ad artisti ed intellettuali. Luciano di Samosata, insigne scrittore e retore di origine siriana, vissuto nel II secolo d.C. racconta così, ad un non greco, la passione sua e del pubblico per lo sport e per le attività agonistiche: «se tu guardassi, seduto in mezzo agli spettatori, le prodezze di quegli uomini, la bellezza dei corpi, la robustezza mirabile, le prove straordinarie, la forza imbattibile, il coraggio, l’emulazione, lo spirito indomabile, l’impegno inesauribile profuso per la vittoria, non cesseresti di lodare, di acclamare, di applaudire».
Sarà avvincente scoprire le regole della corsa dei carri, della tauromachia, del duello, della lotta, del pugilato, del pancrazio, del tiro con l’arco, e delle cinque discipline che identificano il pentathlon. Sport questo che ha ispirato, il genio di Mirone, restituendoci, anche se solo in copia, l’immagine che più di ogni altra identifica la bellezza dell’atleta: il discobolo. Nessun altro artista ha saputo immortalare con tanta straordinaria intensità, lo sforzo di uno sportivo, la sua tensione, la sua concentrazione, nell’attimo che precede la sua prova atletica.
Cinisca la prima donna vincitrice
Lo sport femminile legato in passato soprattutto all'aspetto ludico
Le testimonianze greche sull'attività sportiva femminile sono poche e frammentarie. Sappiamo che era praticata a Sparta, dove era stata codificata dal legislatore Licurgo e dove lo stato si faceva carico dell'educazione dei bambini, consentendo così alle donne di dedicarsi anche ad impegni ginnici.
La muscolatura ben allenata e tonica delle Spartane era rinomata, partecipavano a gare pubbliche di corsa e lotta che si svolgevano negli stessi luoghi delle competizioni maschili, si esercitavano anche nel lancio del disco e del giavellotto e probabilmente nell'ippica e nel nuoto ed, a differenza degli atleti di sesso maschile, non gareggiavano nude ma indossavano una tunica corta con aperture laterali per consentire il libero movimento delle gambe. Gli agoni più rinomati si svolgevano durante i giochi in onore di Hera, nello stadio di Olimpia, ogni quattro anni e prevedevano una gara di corsa tra ragazze divise in tre categorie secondo l'età.
Spartana fu anche la prima donna a essere proclamata vincitrice nelle Olimpiadi, il suo nome era Cinisca, sorella dei re Agesilao e Agide II, che trionfò due volte nella gara equestre delle quadrighe, ma ovviamente non partecipò personalmente alle gare.
A differenza di quanto documentato a Sparta, in generale il legame delle donne con il gioco è più legato all’aspetto ludico che non alla gara o alla preparazione atletica vera e propria. Celebri sono i versi del VI libro dell’Odissea a proposito dell’incontro tra Odisseo e Nausicaa, dove viene menzionato, per la prima volta, il gioco della palla.
Agallis, un intellettuale ed erudita di Corcira, attribuì l'invenzione di questo gioco proprio a Nausicaa, spinto a questa deduzione forse perché, come racconta Ateneo, voleva celebrare una sua leggendaria compatriota. Dalle poche testimonianze, scritte e figurative, a noi pervenute è possibile ricavare molte informazioni sui giochi con la palla. Popolari e diffusissimi erano praticati da uomini e da donne di ogni condizione sociale, in strada o alle terme, avevano regole semplici molto simili a quelle di giochi a noi familiari. Racconta il poeta Orazio nel libro V delle Satire che lui ed il poeta Virgilio, invitati a giocare a palla da Mecenate, avevano finto di star male per non partecipare alla partita. Antifane, commediografo del 388 d.C, riporta in una delle sue commedie, la prima cronaca calcistica della nostra storia e scrive: Prese la palla ridendo e la scagliò ad uno dei suoi compagni. Ruscì ad evitare uno dei suoi avversari e ne mandò a gambe all'aria un altro. Rialzò in piedi uno dei suoi amici, mentre da tutte le parti echeggiavano altissime grida “E' fuori gioco!”, “E' Troppo lunga!”, “E' troppo bassa!”, “E' troppo alta!”, “ E' troppo corta!” “Passala indietro nella mischia!”
Il gioco era l’harpastum dal nome dato alla palla usata, a Roma, esso ebbe larga fortuna, con il nome latino di pulverulentus, ‘polverone’, che certo meglio descrive la situazione: squadre numerose, una mischia feroce ed un campo in terra semplice.
A Roma, il gioco della palla descritto da Omero, era invece noto con il nome di paganica e si giocava con una palla più grande, riempita di piume, che risultava così leggerissima. Le immagini di pitture, pavimenti e vasi, e le poche notizie storiche a noi pervenute lasciano ipotizzare anche la presenza di musica, canti e danze, legando questa pratica al divertimento ed al tempo libero più che alle fatiche della palestra e dell’esercizio fisico. Connesso al mondo muliebre trova la sua raffigurazione più nota nei mosaici di Piazza Armerina che raffigurano alcune giovani donne, le prime della storia in bikini, che sembrano quasi danzare mentre giocano a palla.
L'imbroglio di Pelope per sposare Ippodamia
Pindaro nella sua ode olimpica racconta la più famosa corsa di cavalli del mito greco
Nessuna poesia, più di quella di Pindaro, esalta ciò che è: la realtà, l'ordine e la misura dell'uomo aristocratico, obbediente agli dei; nessuno è più diffidente di lui verso i sogni, le illusioni e le speranze impossibili. Certo, ciò che esiste può svelare il suo nulla: allora Pindaro proclama la vanità dell'uomo come tale: "sogno d'un'ombra è l'uomo". Ma se tutto ciò che è umano viene assunto nel mito, esso perde ogni limitatezza: tutto gronda mito: tutto è illuminato e alonato dal mito, che ci appare con l'evidenza assoluta della rivelazione, come forse in nessun altro poeta.
Così l’introduzione alla superba raccolta delle opere e dei frammenti del poeta Pindaro, curata dalla Fondazione Lorenzo Valla. Il poeta nella I delle celebri odi Olimpiche racconta la più famosa e riprodotta corsa di cavalli della storia del mito greco.
Pelope, re della Frigia e della Lidia, costretto da un'invasione di barbari, intraprende un viaggio attraverso la Grecia alla ricerca di un regno da governare. Alla corte del re Enomao, figlio del dio Ares, in Elide, si innamora della figlia Ippodamia. Un oracolo aveva predetto al re che sarebbe morto per mano del proprio genero e per questo lui non aveva mai acconsentito a concedere la mano della figlia ai giovani che la corteggiavano. Enomao possedeva dei cavalli divini, Psilla e Arpinna e sapendo di non poter essere mai battuto, proponeva ai pretendenti della figlia di gareggiare con lui in una corsa di carri: se avessero vinto, avrebbero sposato Ippodamia, in caso contrario sarebbero stati uccisi. Già tredici giovani avevano perso la vita, quando Pelope arrivò in Elide con un carro leggerissimo e cavalli alati datigli da Poseidone; terrorizzato dalla vista delle teste degli sfortunati pretendenti, inchiodate alle porte del palazzo d'Enomao, Pelope decise di vincere la gara slealmente: corruppe l'auriga Mirtilo, che sostituì i perni del carro di Enomao con pezzi di cera. Durante la corsa questi si scaldarono e si sciolsero, gli assi del carro cedettero, Enomao fu travolto. Pelope vinse la corsa e sposò Ippodamia. Al funerale di Enomao vennero organizzati dei ludi funebri, preludio dei futuri Giochi Olimpici.
Pausania indica nel 680 a.C., la prima volta in cui le corse dei carri diventano una specialità olimpica. All’inizio erano previste solo le corse di quadrighe, in seguito si aggiunsero anche le bighe. Se proviamo a recuperare l’immagine di queste gare dalle raffigurazioni sui vasi greci di VI e V secolo a.C. risulta sorprendente la somiglianza tra queste quadrighe ed i carri da guerra egizi. I carri sono molto leggeri, con un telaio di cinghie di cuoio intrecciate ed un sottile parapetto dietro cui prendeva posto il guidatore. Le due ruote in legno, con due larghi raggi, erano provviste di una sorta di ‘cerchione’ rivestito in cuoio e ruotavano intorno a mozzi inseriti nell’asse. Da quest’ultimo partiva un lungo timone, a cui era fissato, con un perno, il giogo dei cavalli. Dei quattro cavalli che correvano allineati i due più interni erano attaccati direttamente al giogo; i due esterni erano anch’essi fissati al giogo insieme ai cavalli interni, ma tiravano il carro tramite lunghe redini, per stringere meglio la curva in coincidenza della meta. Le corse si svolgevano nell’ippodromo, una vasta area a sud-est dello stadio che non aveva una tribuna per gli spettatori, che invece prendevano posto sulle alture a nord ed a sud della distesa. Su due punti, a circa 390 metri di distanza, erano collocate ben visibili le mete. Per evitare collisioni entro i primi cento metri, la griglia di partenza, simile alla prua di una nave con i carri al centro più avanzati rispetto a quelli laterali, era molto ampia e disposta su tutta la larghezza della pista, con una postazione separata per ogni carro, chiusa da un cavo. Accanto ai carri centrali, in mezzo alla pista, c’era un delfino di bronzo in cima ad un palo ed un’aquila di bronzo, con le ali spiegate, posta su una sorta di altarino, con un meccanismo che sollevava l’aquila e faceva cadere il delfino dando il segnale che si poteva procedere all’apertura dei cancelli a coppia, prima ai lati e poi al centro. Solo quando tutti i carri erano in piena corsa, un araldo annunciava con uno squillo di tromba che la gara era cominciata, a quel punto per dodici giri, ogni guidatore era consapevole dei rischi e dei pericoli che lo aspettavano. Ogni concorrente era in grado di buttare fuori pista l’avversario ed in coincidenza della meta, l’assembramento era spesso fatale per auriga e cavalli.
La corsa dei carri aveva una lunga tradizione anche su suolo italico, in quanto parte delle lunghe feste che gli Etruschi organizzavano per la morte delle persone care e che sono mirabilmente raffigurate nelle tombe a camera di Tarquinia, che proprio dalle corse prendono il nome, di Tomba delle Bighe, degli Auguri e delle Olimpiadi. Non a caso una delle bighe da parata più belle e preziose del mondo è stata trovata proprio in Etruria, nel paesino umbro di Monteleone di Spoleto. Conservata ed esposta al Metropolitan Museum di New York ed ampiamente pubblicata, è stata realizzata in Etruria da un artigiano immigrato dalla Grecia orientale. Si tratta di una biga da parata rivestita di lamine di bronzo, e un tempo anche di avorio, decorata con scene tratte dalla vita di Achille, che culminano nell'apoteosi dell'eroe omerico, rappresentato su un carro tirato da cavalli alati.
Le corse coi carri furono uno degli spettacoli più in voga anche nell'antica Roma e il loro teatro più famoso, il Circo Massimo, il più grande edificio per spettacoli mai costruito: 600 metri di lunghezza e 140 metri di larghezza con una capienza di 250.000 persone.
I “classici”sportivi
L’atleta era considerato un artista e lodato come un eroe di guerra
Numerosissime testimonianze figurative documentano la passione per lo sport nel mondo antico e, per indagarle, la redazione ha deciso di aprire uno spazio, curato da chi scrive, che ponga l’accento sull’universo atletico nel mondo greco, etrusco e romano. Ogni mese avremo l’occasione di raccontare uno sport, le sue regole, i suoi protagonisti attraverso le notizie riportate dai poeti, raffinati antesignani dei moderni cronisti, e con il supporto di immagini ricavate dall’immenso corpus iconografico rappresentato soprattutto dalla ceramica e dalla scultura, che quegli sport hanno saputo immortalare grazie alla maestria di grandi e piccoli artigiani.
Chi pensa ai giochi non può non ricordare i fasti di Olimpia. Per duecentonovantadue volte, nel corso di undici secoli, il Santuario di Olimpia accolse tra i suoi confini la più famosa manifestazione sportiva che la storia abbia conosciuto e, come si può non rimpiangere la regola, mai infranta, di non sporcare le celebrazioni religiose con conflitti cruenti tra città e nazioni che si riconoscevano in un unico popolo.
Secondo una ben nota leggenda fu Ercole a fondare, in segno di ringraziamento a Zeus, i giochi sacri che furono sempre considerati la celebrazione dell’eccellenza individuale, della varietà culturale ed artistica dell’intera cultura greca e soprattutto furono sempre l’occasione per onorare la massima divinità religiosa. Racconta il poeta Pindaro: «Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi». In questo quadro, anche artigiani ed artisti esercitano il loro ingegno per rappresentare la sintesi dell’ideale armonia tra corpo e mente che si identifica nell’espressione greca di kalos kai agathos, bello e buono, che può appartenere solo all’uomo nobile e virtuoso che nell’immaginario greco è anche eroe, atleta e guerriero.
Celebrare lo sport concentrandosi sulla figura dell’atleta antico, significa riproporre un ideale da imitare totalmente: dalla forma fisica all’integrità morale. In un bel saggio, Eva Cantarella, famosa studiosa del mondo antico, pone l’accento sui fondamenti dell’educazione da impartire ad un giovane aristocratico: l’educazione dei giovani era ispirata all’insegnamento che, già nell’Iliade, il centauro Chitone aveva impartito ad Achille: «Essere sempre il primo ed il migliore». Solo chi riusciva ad essere tale meritava la gloria che spettava all’eroe. Lo stesso valeva per l’atleta: se vinceva, in suo onore si erigevano statue, si scrivevano odi; in caso contrario, dava prova della sua inadeguatezza, con conseguente perdita dell’autostima e della stima altrui. Per questo come dice un celebre verso del già citato poeta Pindaro, l’atleta sconfitto se ne tornava a casa «per obliqui sentieri nascosti».
L’organizzazione delle gare era minuziosa, le regole di comportamento precise, il premio riservato al solo primo arrivato, la vittoria per l’abbandono dell’avversario già prima della gara, motivo di orgoglio. Forza ed attività fisica contraddistinguono i protagonisti delle gare già nel mondo dell’epopea omerica dove tra nobili, il vigore e la perfezione del corpo sono anche l’occasione per dimostrare un’invincibile supremazia militare. E’ errato pensare che questo sistema di pensiero appartenesse solo ad artisti ed intellettuali. Luciano di Samosata, insigne scrittore e retore di origine siriana, vissuto nel II secolo d.C. racconta così, ad un non greco, la passione sua e del pubblico per lo sport e per le attività agonistiche: «se tu guardassi, seduto in mezzo agli spettatori, le prodezze di quegli uomini, la bellezza dei corpi, la robustezza mirabile, le prove straordinarie, la forza imbattibile, il coraggio, l’emulazione, lo spirito indomabile, l’impegno inesauribile profuso per la vittoria, non cesseresti di lodare, di acclamare, di applaudire».
Sarà avvincente scoprire le regole della corsa dei carri, della tauromachia, del duello, della lotta, del pugilato, del pancrazio, del tiro con l’arco, e delle cinque discipline che identificano il pentathlon. Sport questo che ha ispirato, il genio di Mirone, restituendoci, anche se solo in copia, l’immagine che più di ogni altra identifica la bellezza dell’atleta: il discobolo. Nessun altro artista ha saputo immortalare con tanta straordinaria intensità, lo sforzo di uno sportivo, la sua tensione, la sua concentrazione, nell’attimo che precede la sua prova atletica.
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